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Marino Marin

..... (terza parte)


§ 7 - Dalla casa alla chiesa

"Dalla casa alla chiesa, dalla chiesa alla casa, all'ombra del campanile" ripeteva, ma Marin non fu solo un poeta isolato e solitario, che trattava temi semplici e, per alcuni critici, persino banali. E' vero che fu sempre lontano dai grandi centri culturali nazionali, non si fece conoscere e gli editori non curarono molto la diffusione delle sue opere. La malattia che lo perseguitò per tutta la vita non gli permise di spostarsi dove forse avrebbe voluto. Ma la sua poetica e i suoi temi sulla vita, sul bene e sul male, aprono squarci infiniti di discussione. E neanche si può concludere affermando che la sua fede forte ed incrollabile, gli permise di superare sempre serenamente tutte le avversità ("le prove") della propria vita. E' vero che si affidava alla fede e che la sua religiosità spesso è di tipo consolatorio e di conforto. Ma si rese conto che di fronte alla tragedia del male e della morte, l'uomo è impotente e solo rimettendosi completamente nel mistero della volontà divina era convinto di risanare le ferite. Scoprì che (come affermava Nietzsche), nella nostra "dannazione" sta la nostra salvezza. Marin era cosciente della finitezza e del destino di morte che attende tutti noi. Raramente fu assalito dal dubbio e tormentato dagli interrogativi. Durante la tragedia familiare di Carlo e Vittorio, però, anche il poeta si sente abbandonato al suo destino, quasi tradito, proprio da chi egli aveva tanto supplicato e pregato e in chi aveva posto tutte le sue speranze. Emerge, allora, prepotentemente l'uomo con tutta la sua forza e le sue debolezze che non sa darsi ragione, non sa spiegarsi cosa gli stia succedendo. Non sa dare un senso alla tragedia della sua esistenza e si aggrappa disperato ad ogni possibile appiglio. In "L'Addio" (da "Espiazione") Marin è ancora sorretto dalla speranza e scrive:
... se Dio vuol fare
per noi questo miracolo pietoso,
ce lo farà - misericordioso com'è ...
e nella lirica "Al Mare" chiede che il proprio figlio Carlo sia salvato proprio dal mare stesso preso come simbolo di una potente forza capace di fare miracoli:
SALVALO: è un'anelante anima, come
sei tu, che implora; è anch'esso un cuor che batte: ...

SALVALO: è il nostro sangue che si duole,
che viene meno in lui; SALVALO ...
...
E' un'anima di Dio, che cerca in fondo
a sé quel breve polso, e non lo trova;
ridonaglielo tu; rifalla nuova,
tu che sei gioia e palpito del mondo.

E' nostro: è il fior ch'ai dì meno infelici
amor ci schiuse: il suo più gracil fiore;
strapparsi Egli non può dal nostro amore,
senza strapparci il cuor dalle radici.

SALVALO, adunque, è il fior del nostro seme,
della sostanza nostra. Oh ! II peso è tanto !
tanto il fardello !...
Marin prega ed implora inutilmente. Chiede in ginocchio che i propri figli siano risparmiati. Lo chiede a quel Dio al quale aveva affidato tutta la sua esistenza. Non sarà ascoltato. Nella lirica "Il sacrificio è consumato" prende atto che tutto si è compiuto non certo secondo il suo volere:
Gesù, che avesti il fragil tuo costato
trafitto in croce, tu dovevi allora;
io t'implorai, come chi è padre implora:
tu non mi udisti; e or tutto è consumato.
...
Signore, consumato è il sacrificio
della mia carne e del mio sangue; sotto
la veste io recherò, senza dir motto,
senza fare un lamento, il mio cilicio.
...
Nel 1941 muore la moglie Amabile ed il poeta rimane con la figlia Matelda che gli starà vicino sino al 1951 quando il primo marzo di quell'anno, dopo venti giorni di malattia (ad una trombosi sopraggiunsero complicazioni bronco polmonari), cessa di vivere.

Breve giudizio sulla sua poesia

Del poeta Marino Marin non esistono saggi critici. Ci sono resoconti di relazioni e molti articoli scritti su quotidiani, mensili e pubblicazioni locali. L'unico saggio critico pubblicato dopo quattro anni dalla morte del poeta è quello scritto da Primo Guarnieri ("M. Marin. Saggio critico", Zanibelli, Adria 1955) dopo il quale, attorno al poeta adriese, per lunghissimi anni, è piombato un ingiustificato ed assurdo silenzio. Solo di recente prima con un libro edito da Apogeo editore di Adria dal titolo "... e a te lacrima il core ... La poesia di Marino Marin" (2001) e poi con un convegno si è voluto tratteggiarne la figura come uomo e scrittore. In attesa di ulteriori iniziative, possiamo dire che Marin fu un poeta solitario ed isolato, lontano dai grossi centri culturali del suo tempo. Un "poeta provinciale" viene definito dallo storico adriese Antonio Lodo "fedele ai metri secolari del sonetto e della quartina (i più frequenti), della terza rima, della sestina, della saffica e altri ancora più rari, in uno scavo insistentemente - quasi accanitamente - centripeto, per certi versi solipsistico". I temi ricorrenti sono il senso religioso, l'amore per la terra ed il lavoro dell'uomo. Marin era orgoglioso di riproporre in ogni suo lavoro poetico il proprio attaccamento alla rima contro il dilagare del "verso libero" e in questo suo atteggiamento sembra quasi rivendicare il provincialismo "quale unico erede della nostra tradizione lirica". Tutto ciò non ha mai significato un rinchiudersi del poeta in se stesso, un inaridirsi con perdita della freschezza e del vigore dei suoi versi. Anzi, nella sua incessante e complessa opera fa sfoggio di una sapienza compositiva e di una sempre felice ispirazione che derivano da una interiore chiarezza e da una genuina e naturale vena poetica. "Marin a volte in certe sue descrizioni e visioni - ha affermato un altro cultore del poeta adriese, Gianfranco Scarpari - si esprime con maggiore efficacia del poeta Giovani Pascoli". Le pagine migliori si trovano nelle opere della maturità quando, abbandonati gli echi classicheggianti, l'ispirazione erompe schietta e l'espressione è sincera. Per Marin, poeta della natura e del senso religioso, ad un certo punto della sua vita, la poesia diventa una necessità. Allora il canto d'amore si convertirà in un canto doloroso: lo sfogo di un animo straziato acquisterà gli accenti di un inno religioso. Nonostante le sventure, Marin riuscirà a percorrere la lunga parabola della sua esistenza con fermezza e profondità descrivendo un universo colmo di valori e convinto che non esiste un evento lieto senza quello luttuoso, ma anche il più tetro grigiore esistenziale può essere schiarito da pochi, quasi invisibili "sprazzi di luce". Al di là dell'oceano, nel nuovo continente, pressapoco nello stesso periodo, una poetessa statunitense, nata nel Massachusetts nel 1830 dove morì a soli 56 anni, Emily Dickinson (scoperta dalla critica ufficiale molti anni dopo la sua morte), tormentata e rivoluzionaria, sfuggente ed elusiva, che traeva dalle sue angosce, dai suoi mutevoli stati d'animo, dai continui turbamenti materia per la sua grande poesia, concludeva le proprie considerazioni sull'esistenza allo stesso modo del poeta adriese Marino Marin. Due poeti diversi per impostazione "ideologica". Un confronto che sembrerà azzardato. La fama della Dickinson ha valicato confini e barriere, Marin rimane un poeta provinciale. Ma li vogliamo accomunare, come esempio, per le loro valutazioni finali sul senso della vita. Nel 1864 la poetessa americana scrive:
I never felt at Home - Below -
And in the Handsome Skies
I shall not feel at Home - I Know -
I dont like Paradise -
Because it's Sunday - all the time - ...
[Non mi sono mai sentita a casa - quaggiù -
E non mi sentirò a casa - nel bel cielo,
Lo so - non mi piace il paradiso
Perché è sempre domenica ogni giorno ...* ]
Pochi anni prima della morte (1882) completa il suo discorso poetico con questi versi:
The abdication of Belief
Makes the Behavior small -
Better an ignis fatuus
Than no illume at all -
[La rinuncia alla fede
Fa assumere comportamenti meschini -
Meglio un fuoco fatuo
Che una completa oscurità - * ]

(* traduzione di Gabriella Sobrino)
(1) Qualsiasi riproduzione e/o duplicazione anche parziale del presente testo è autorizzata citando la fonte e l'autore. [c]Torna alla pagina precedente