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Comune di Adria
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Marino Marin

..... (seconda parte)


§ 2 - La famiglia.

Il padre Carlo sposò Rosa Turolla nel 1850. Nacquero quattro figli: Elisabetta (1851), Marino, Vittorio (1858) e Margherita Antonietta (1853). Nel 1863, muore la madre Rosa: "Chiuse gli occhi nel sonno eterno, quand'io li aveva appena aperti alla luce" scrisse in "Rassegnazione". La figura della "madre" (simbolo della protezione, del calore e della tenerezza) gli resterà impressa sino alla morte e questa perdita avrà una risonanza particolare nelle sue liriche anche perché sembra che il poeta non abbia avuto un rapporto armonioso col padre per cui si potrebbe concludere che Marino soffrì di carenze affettive. Il padre si risposò nel 1867 con Filomena Pozzati e nacquero altri quattro figli: Antonio, Romana, Eleonora e Amedeo. Nel 1874 la famiglia si trasferisce ad Adria in Riviera "Cannaregio", poi in via "per Gavello". Allora, al termine di questa via, c'era una estesa campagna e il poeta, così, si ritrova sempre in zone piene di verde: tra orti, giardini, prati e poco distante le fertili culture polesane. In questa "ubertà" campestre, vive la giovinezza senza accorgersi che il tempo passava. Scrive ne "Il borgo" (da "Voci lontane"):
La mia picciola casa ha sei finestre
sovra una lunga ortaglia, in fondo al borgo:
svolgesi qui ne l'ubertà campestre
il filo de' miei giorni: e non m'accorgo.
Ventenne, ricorda in alcune liriche che girovagava tra la campagna odorosa di messi. Questa era per Marin
l'inesauribile tavolozza
de' miei vent'anni, quel divin pennello !
... M'eran compagni il bruco, la formica,
l'ape: ognun attendeva al suo lavoro,
all'arte sua. Tutto un brulichio d'oro
era in certe ore la campagna aprica.
("Vie, viottoli, sentieri" da "Alle soglie dell'infinito")
Per motivi familiari, non riesce a completare il ciclo di studi ginnasiali al Bocchi. Assolve gli obblighi di leva. Nel 1883 muore il fratello Vittorio e due anni dopo il padre. Si trova così a dover sostenere da solo una famiglia numerosa con diversi problemi economici. Lasciata la scuola e abbandonate le tante illusioni "con l'animo traboccante di sogni e d'orgoglio" ("Autobiografia"), si rassegna a lavorare presso un notaio.

§ 3 - Da pittore a poeta.

Ma il suo sogno era quello d'iscriversi all'Accademia delle Belle Arti perché voleva diventare un pittore, ma "quel caos di lime, di colori, di sentimenti, che avrebbero dovuto avere la loro naturale estrinsecazione artistica nella pittura, trovarono uno sfogo nella poetica: e divenni da pittore a poeta ..." scrive nella sua inedita "Autobiografia". Trasferisce nella poesia l'intima necessità di esprimersi. Studiò alacremente i classici latini e greci. In poco tempo s'impadronì delle loro lingue, conosceva il tedesco e il francese. Voleva leggere gli autori stranieri nella lingua originale. Apprenderà anche nozioni di spagnolo e imparerà l'inglese attratto, in particolare, dal mito di Prometeo preferendo la lettura del "Prometheus Unbound" (1819) di P. B. Schelley. Simbolo di quel periodo fu proprio il mito di Prometeo, l'emblema della rivolta dello spirito "che vuole uguagliarsi all'intelligenza divina". Più tardi, scriverà in "Allora":
Posa: una stolta posa a cui dal mio
goffo risibil piccioletto monte
- Prometeuccio senza i segni in fronte
dei fulmini divini - indulsi anch'io ...
Nel 1879 ottiene la patente di segretario comunale. E' assunto dal Comune di Adria con la qualifica di dirigente dell'Ufficio Stato Civile. Ricoprirà tale incarico sino al 1914 quando viene collocato a riposo per l'aggravarsi della malattia agli occhi che lo porterà alla cecità. Ma com'era fisicamente Marino Marin ? Chi lo conobbe lo descrive come un uomo scontroso, poco affabile, diffidente con chi non conosceva. In seguito, però, si rivelava un animo nobile che, come scrisse C. Bellinello "considerava l'amicizia un sacramento e la sincerità un dovere". Era di statura bassa (m. 1,66), il viso era largo, naso carnoso e grandi occhi sporgenti. In una carta d'identità del 1927 viene riportato un segno fisico particolare: Marin è un "amaurotico", soffre cioè al nervo ottico o alla retina che non alterava l'aspetto esteriore dell'occhio. Primo Guarnieri riferisce che soffrì di "glaucoma bilaterale" e Giuseppe Grasso parla di un "tracoma oculare". Il poeta, purtroppo, soffrì sin da giovane agli occhi e col tempo perse addirittura la vista.

§ 4 - Il matrimonio e il debutto letterario

Nel 1886 sposa Amabile Radi che aveva venticinque anni. Un rapporto amoroso e pieno d'affetto, ma Amabile, non comparirà mai nelle sue liriche perché l'unica voce femminile è sempre quella della madre che lo ha lasciato solo troppo presto. L'anno dopo nasce la prima figlia Rosa che diventerà insegnante elementare, poi Carlo nel 1888 morto a soli 33 anni, segue Mary nel 1891 morta a soli dieci mesi di vita, quindi Vittorio nel 1893 spentosi di malattia a 31 anni, e infine Matelda nata nel 1907 e morta nel 1993. Il debutto letterario avviene a ventisei anni, ma già prima aveva pubblicato alcune poesie in riviste e quotidiani. In questo periodo condivide le idee socialiste - utopiste che provenivano d'oltralpe. Collabora con l'"Avanti! della Domenica" e per la sua abilità oratoria e la preparazione culturale tiene conferenze e dibattiti. Si esalta nel declamare l'"Inno a Satana" di G. Carducci e si entusiasma parlando della "Marsigliese". Il vero debutto letterario avviene nel 1892 con "Humus" edito a Milano dalla Libreria Editrice Galli. Il debutto è modesto e Marin non è completamente soddisfatto. Migliora il risultato con "Sonetti secolari" del 1896 anche se divise la critica. Nel 1898 arriva la raccolta "Voci lontane", scartata dall'editore Galli di Milano e pubblicata da Barboni di Castrocaro. Non ottiene molti consensi e l'editore avrà il torto di non curare adeguatamente la diffusione del libro. Questo volumetto di poesie, anche se non è stato considerato benevolmente dalla critica, è importante perché segna l'inizio della evoluzione spirituale ed artistica del poeta. Marin abbandona le posizioni ideologiche iniziali. I toni ora sono dimessi, il suo accostarsi alle cose è pacato, ascolta le voci lontane (i ricordi) e le rivive in un'atmosfera colma di malinconia e di tristezza. Attorno agli inizi del secolo, aderì al gruppo simbolista genovese che annoverava tra gli aderenti Lucini, Alessandri, Varaldo, Giribaldi, ecc. Marino Marin non è solo l'uomo di cultura tutto intento a scrivere libri. Fa parte attiva di un cenacolo di intellettuali (tra i quali facevano parte Pietro Casellati, Angelo Bonandini, Jacopo Zennari, Silvia Bonandini Bergamasco, Aldo Guarnieri, Giuseppe Cordella, Antonio Cattozzo, Sebastiano Dal Passo, Egisto Sarti, Leone Vianello e Luigi Biasioli) e mantiene rapporti d'amicizia con le personalità più in vista di Adria come Ferrante Mecenati, Monsignor Filippo Pozzato, Giambattista Scarpari, Primo Guarnieri. Nel 1920 è nominato Cavaliere dell'ordine della Corona d'Italia per meriti letterari, nel 1931 Commendatore. Partecipa al Comitato cittadino costituito per la realizzazione del Teatro del Littorio (ora Teatro Comunale), è uno dei promotori dell'edificazione, nella chiesa di San Nicola, di un monumento ai caduti in guerra. Nel 1928 è chiamato a far parte quale "socio onorario" del Circolo Unione di Adria.

§ 5 - Il 1938.

L'anno in cui gli viene tributato il massimo degli onori è il 1938. Il 19 giugno si tenne una imponente manifestazione al Teatro Littorio dove erano presenti circa 2500 persone. Il saluto è portato dal Podestà dott. Berra e successivamente intervengono il prof. Ugo Zannoni ed il Federale Pizzirani. L'orazione ufficiale è tenuta da Ettore Cozzani. Vicino a Marin siede il segretario del P.N.F. Giovanni Marinelli, il prefetto di Bologna dott. Tiengo ed il poeta Diego Valeri. Alle autorità viene offerta l'antologia "Poesie scelte" di M. Marin curata dal prof. Zannoni e pubblicata dal Comune di Adria. Al poeta adriese viene concessa una delle prime tessere "ad honorem" del P.N.F. della Provincia di Rovigo mentre l'associazione Dante Alighieri informa di avere intitolato al nome del poeta una borsa di studio.

§ 5 - La ritrattazione.

Marin arrivò anche alla ritrattazione che riguarda "Humus" e "Sonetti secolari" per i quali scrisse nel 1930: "... ne faccio qui debita ammenda, ritrattando tutto ciò che in quei libri ed in qualunque altro mio scritto suonasse offesa e fosse contrario ai principi insegnati dalla Chiesa ...". Cominciò ad apportare, così, modifiche e tagli sostituendo anche parte delle liriche mutilando in più parti i due volumi. Divenuto profondamente religioso, nel 1904 scrive "Luci ed ombre", nel 1907 "Narciso". Dopo il collocamento a riposo, viene nominato direttore del Museo e della Biblioteca Comunale e nel 1920 pubblica "Le opere e i giorni". Dal 1930 al 1935 compose "Sprazzi di luce", "La voce della gran Madre Antica" e "Alle soglie dell'infinito".

§ 6 - Marin poeta del dolore.

Marin cantore del Polesine, ma anche poeta della sofferenza, del dolore, del "male di vivere" e della fede. Tutto ciò accade tra il 1921 e il 1924 con la morte dei figli Carlo e Vittorio. Scrisse:
Il meglio di me se lo porta,
se lo portò via, tutto il meglio,
quel nero convoglio in due bare.
Dedicati ai due figli, pubblica i volumetti: "Espiazione" e "Rassegnazione". Sono momenti durissimi sia per l'uomo sia per il poeta. Elabora la sua futura filosofia esistenziale: il dolore non è solo espiazione, è soprattutto un dono e
Se un bene è in noi la vita,
anche il dolore di per sé è un bene.
Tra convegni e conferenze sulla sua poesia, vince il concorso nazionale "Quaderni di Poesia" ed è inserito nell'Antologia dei poeti di quel tempo, ma deve difendersi dalle accuse del critico Ferdinando Palmieri che senza mezzi termini lo attacca duramente. Marin risponde pacatamente ed ha la solidarietà di Diego Valeri che dalla sua Piove di Sacco lo viene spesso a trovare. Dopo "Sprazzi di luce" nuove critiche. Viene accusato di perseguire una poesia "pascoliana" (non certo nel senso elogiativo del termine). Imperterrito, continua a scrivere in rima difendendo questo suo modo di esprimersi sebbene ormai la "cultura poetica dominante" dovrebbe averlo indirizzato a conformarsi alle nuove e aggiornate tendenze. A 75 anni scrive "Alle soglie dell'infinito" e a 88 pubblica "Vecchie campane" con cui vince il Premio Gastaldi. Fino a tarda età, quasi completamente cieco, si avventura ugualmente per le vie della sua città. Trova sempre qualcuno ad aiutarlo ad attraversare le strade e gli incroci e ad accompagnarlo in chiesa.
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